martedì 7 aprile 2015

Case, prezzi a picco e tasse alle stelle. Così si polverizza il più grande tesoro degli italiani

Il più grande tesoro d'Italia non è nascosto in qualche bunker sotterraneo, protetto in un caveau super sorvegliato in una località segreta. La maggiore ricchezza del nostro Paese vale una cifra stratosferica: 6579 miliardi di euro. Quaranta volte il valore dell’oro custodito a Fort Knox, oltre tre volte l’intero prodotto interno lordo italiano, dieci volte l’intera capitalizzazione di tutte le imprese italiane quotate alla Borsa di Milano. Il bene più prezioso del Paese è anche quello più visibile in qualsiasi angolo della penisola, diffuso lungo tutto il territorio: sono le abitazioni degli italiani. Tanto valgono, secondo l’Agenzia delle Entrate e il Dipartimento delle Finanze, tutti gli immobili residenziali dei nostri cittadini. Eppure questo tesoro negli ultimi anni è stretto da una doppia morsa letale che rischia di ridimensionarne il proprio valore. Da un lato il calo dei prezzi, dall’altro l’aumento delle tasse. E il conto lo pagano le famiglie.
L’ultima brutta notizia è arrivata venerdì mattina dall’Istat. L’indice medio dei prezzi nel quarto trimestre del 2014 ha registrato una flessione del 2,9% rispetto al trimestre precedente. Ma è guardando un intervallo più lungo che si capisce meglio la portata della crisi che sta colpendo il settore immobiliare. Un grafico pubblicato nell’ultimo bollettino pubblicato dall’Istat è la raffigurazione più chiara di cosa è accaduto negli ultimi anni. Una curva grigia indica la caduta verticale dei prezzi delle case. Preso come dato 100 nell’anno base 2010, a fine 2014 l’indice medio per le abitazioni esistenti ha toccato quota 82,9. Significa, per fare un esempio, che chi cinque anni fa ha investito i propri risparmi magari comprando un piccolo appartamento a 200 mila euro, se oggi lo volesse rivendere si dovrebbe aspettare di cederlo a poco più di 160 mila.

casa
Difficile dire se il trend sia destinato ad arrestarsi, ma i segnali arrivati nei mesi scorsi ancora non consentono di essere ottimisti. Secondo uno studio di Nomisma i prezzi continueranno a calare ancora fino al 2016 e cominceranno a riprendersi soltanto nel 2017 sulla scia dell’attuale contesto deflazionistico che le iniziative di politica monetaria della Bce sperano di potere spazzare via. Gli italiani che saranno costretti a vedere in questo biennio saranno perciò quelli maggiormente penalizzati dalla crisi nel mattone.
L’altro lato della medaglia è ovviamente rappresentato dalla buona “finestra” per gli acquisti data dai prezzi molto bassi e dalle prospettive migliorate per quanto riguarda l’erogazione del credito, anch’esse figlie delle ultime iniziative dell’Eurotower. Chiusa la parentesi buia del treinnio 2011-2013, gli ultimi dati Istat mostrano come il mercato dei finanziamenti per l'acquisto di case abbia cominicato a rianimarsi già lo scorso anno, tornando ai livelli pre-crisi. Sempre Nomisma stima un aumento del 30% del numero di erogazioni di mutui nel 2015. Anche per questo l’istituto bolognese vede la ripresa in atto delle compravendite che nel 2015 aumenteranno di 50.000 unità abitative in Italia, per un totale di 468.000 transazioni. Per il biennio 2016-2017 le compravendite dovrebbero superare la soglia delle 500.000, un numero comunque ben distante da quelli del periodo 2004-2007 quando le transazioni annue si attestavano oltre le 800.000 unità.
mutui
Ma se le buone notizie sul fronte dei prezzi dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, almeno un anno, sugli italiani si sta abbattendo da tempo una vera e propria batosta sul fronte delle tasse. La telenovola Imu-sì, Imu-no, Tasi, Iuc e via di nuovi acronomi, alla fine del 2014 – malgrado le ripetute smentite preventive del governo – ha riconsegnato agli italiani un conto salato tanto quanto l’annus horribilis delle tasse sulla casa, quando l’allora premier Monti aveva reintrodotto l’imposta sulla prima casa che Silvio Berlusconi aveva voluto abolire.
A nulla è servita la girandola di sigle. Gli ultimi dati del ministero dell'Economia parlano chiaro. Gettito totale Imu+ Tasi del 2014: 23,9 miliardi. Gettito della sola Imu del 2012: 23,8 miliardi. C’è di peggio, secondo un’indagine condotta dal centro studi Impresa Lavoro il peso complessivo delle tasse sul mattone, includendo tutte le imposte dirette e indirette, nel 2014 avrebbe sfiorato la cifra record dei 50 miliardi di euro, un balzo di quasi il 30% rispetto ai 38,5 miliardi del 2010.
impresa lavoro
E come se non bastasse all'orizzonte c'è una vera e propria rivoluzione per il settore immobiliare, con la riforma del catasto incaricata di aggiornare i valori (in alcuni casi datati e quasi irrealistici) delle rendite catastali che costituiscono la base imponibile per il prelievo fiscale. La legge delega prevede che tutto ciò avvenga a gettito invariato, e quindi senza ulteriori rincari per i cittadini, ma Confedilizia da tempo mette in guardia sul rischio di nuovi aumenti. L'Agefis, l'associazione dei geometrio fiscalisti,ha fatto già una prima stima dei possibili rialzi delle nuove rendite in alcune città. Ecco alcuni esempi: Salerno (+ 178%), Bolzano (+176%), Parma (169%) e Napoli (+150%).
C’è un motivo se il tema della casa scalda il cuore degli italiani e dei suoi politici. Il 76,6% delle famiglie – mostra l’ultimo rapporto “Gli immobili in Italia” redatto da Dipartimento delle Finanze e Agenzia delle Entrate – risiede in una casa di proprietà. Il nostro Paese registra uno dei tassi più alti d’Europa confrontato ad esempio con Francia (64,3%) e Germania (52,6%). Semplificando: molti proprietari, molte tasse.
A prima vista la condizione del nostro Paese non sembra delle più favorevoli ma è sempre questione di prospettive. A confronto con gli stessi Paesi di cui sopra, il peso delle tasse sulla casa si riequilibria e in alcuni casi persino si capovolge. In Italia- mostrano i dati dell’Agenzia delle Entrate - il peso del prelievo sulla proprietà immobiliare nel 2012 valeva l’1,5% del Pil. In Francia, con meno proprietari di casa, il 2,6%, nel regno Unito persino il 3,4%. Ancora più interessante il dato se si considera non in funzione del prodotto interno lordo ma rispetto al totale delle imposte. In altre parole: quanto pesano le tasse sulla casa sull’insieme di quelle da pagare. Per noi, un “misero” 3,4% contro un ben più sostanzioso 11,8% che grava sui cittadini britannici. Alle prese però, va detto, con una pressione fiscale più bassa della nostra. Al netto di tutte le valutazioni, almeno una buona notizia c’è. I più tartassati d’Europa sul fronte delle imposte sulla casa non siamo noi.
case su entrate
case su pil

mercoledì 19 novembre 2014

La bufala dell' “imminente prelievo forzoso” dai conti correnti

dal sito di ADUC associazione consumatori

Sono anni ormai che di tanto in tanto riemerge in rete una “notizia” relativa ad un “imminente prelievo forzoso” sui conti correnti nell'ordine del 10%. Ci giungono domande al servizio Aduc Investire Informati nelle quali ci chiedono come poter portare legalmente i soldi all'estero per evitare questo prelievo che, secondo alcuni, sarebbe imminente a settembre o comunque entro fine anno.
Lo diciamo chiaro e tondo: non esiste minimamente la possibilità che un tale prelievo venga fatto entro l'anno e riteniamo altissimamente improbabile che venga MAI fatto.

La “notizia-bufala” che gira recentemente sosterrebbe il Fondo Monetario Internazionale avrebbe ormai deciso questo provvedimento. Secondo alcune versioni della bufala sarebbe un provvedimento che riguarderebbe tutta l'Europa, secondo altre versioni, invece, sarebbe limitato all'Italia.
Chiunque abbia un minimo di cultura generale capisce che il Fondo Monetario Internazionale non ha alcun potere per decidere alcunché su questo tema e quindi non meriterebbe neppure approfondire la “notizia-bufala”. Ma se poi proprio si vuole approfondire ci si rende conto che lo stesso FMI si è preso la briga di scrivere una nota (risalente già ad ad Ottobre scorso) nella quale ha smentito di aver mai raccomandato una cosa del genere. L'equivoco è nato da un piccolo box pubblicato a pagina 49 della pubblicazione “Fiscal Monitor” del FMI (dell'ottobre 2013). Si tratta di una pubblicazione tecnica che è rivolta essenzialmente agli uffici studi. Non è in nessun modo una pubblicazione che possa prefigurare “imminenti decisioni” di nessun tipo. In questo box si diceva semplicemente che la situazione delle finanze pubbliche deteriorate di molti Paesi ha “ravvivato l'interesse” (testuale) per una patrimoniale sulla ricchezza privata e poi ha calcolato quanto servirebbe prelevare per riportare il debito ai livelli del 2007.

Quindi ci sentiamo di rassicurare tranquillamente chiunque. Non c'è nessun bisogno di portare i soldi all'estero se lo si fa solo per il timore di questa ipotesi che – lo ripetiamo – non è nel novero delle cose possibili né a breve, ma molto probabilmente neppure in futuro a meno che non accadano fatti ad oggi imprevedibili.

Visto che siamo in tema, aggiungiamo anche le ragioni per le quali riteniamo, a prescindere da come sia nata questa bufala, che un prelievo del 10% dai conti correnti sarebbe un suicidio sia economico che politico.
Sul piano politico è evidente che chiunque facesse una cosa del genere firmerebbe la sua dipartita dallo scenario politico. Che l'attuale Governo, guidato da un politico notoriamente particolarmente attento alla costruzione del consenso popolare, possa fare una scelta del genere è qualcosa che solo uno sprovveduto può pensare.
Sul piano economico, abbassare il rapporto Debito/Pil con un'operazione del genere è semplicemente pura follia poiché un provvedimento del genere implicherebbe una drastica diminuzione del PIL che farebbe peggiorare e non migliorare il rapporto Debito/PIL.

La realtà è che il contesto politico è significativamente cambiato rispetto al periodo buio nel quale regnava il folle dogma dell'austerità di stampo tedesco. Se, finalmente, sul piano monetario si è capito che la strada intrapresa era completamente sbagliata ancora non sono completamente maturi i tempi per comprendere che l'unico modo per uscire totalmente dalla crisi è il deficit-spending (che si può fare sia facendo investimenti produttivi, sia con significative riduzioni delle tasse, sia con una combinazione delle due cose).
Nel periodo più buio della così detta crisi del debito abbiamo scritto molto volte che noi non vedevamo nessuna ragione per il tanto temuto (allora) break up dell'Euro. Ciò perché in primo luogo il vero problema non è il debito pubblico, ma il governo della moneta. Secondariamente perché, dicevamo allora, la BCE ha tutti gli strumenti per evitare il break up e poiché il primo interesse diretto della BCE è quello di preservare sé stessa (e la BCE esiste solo fino a quando esiste l'Euro) non vi è alcun dubbio che l'Euro rimarrà. Il problema, allora, era il consenso politico affinché la BCE potesse fare determinate scelte. Passato un po' di tempo sono maturate le condizioni politiche e la BCE, di fatto, ha salvato l'Euro.

Oggi la situazione è simile. Quello che è necessario fare affinché la ripresa economica che sta ancora stentando si manifesti concretamente (e – sopratutto - sia in grado di creare posti di lavoro) è stranoto a chiunque si occupa di queste cose. L'unico modo è fare deficit, cioè mettere nelle tasche dei cittadini più soldi di quanto lo Stato prelievi. Questo innesca la ripresa, fa aumentare il PIL e, in ultima analisi, dopo un po' di tempo, fa diminuire il rapporto Debito/Pil. E' controintuitivo (come spesso lo è la macroeconomia) ma per ridurre il Debito/Pil bisogna fare debito.
Ad oggi, però, non ci sono ancora le condizioni politiche. Le condizioni politiche dipendono essenzialmente dalla “narrazione” del momento. Attualmente c'è ancora l'ossessione del debito, ma molto meno di quanto ci fosse alcuni trimestri fa. Il nostro debito pubblico attuale è peggiore di quello di qualche trimestre fa, ma – come si è visto – non succede niente di drammatico perché il problema è appunto come si governa la moneta ed i tassi d'interesse, non la quantità di debito che c'è (ovviamente entro un certo limite ed in rapporto con tanti altri dati macroeconomici).

A nostro avvisto le condizioni politiche stanno maturando affinché si possano fare anche gli ultimi passi, dopo aver impostato la politica monetaria verso una sostanziale espansione ed aver abbattuto l'irrazionale terrore dell'inflazione che hanno i tedeschi arriverà il tempo di abbattere l'irrazionale terrore verso le politiche di deficit spending. Le ultime elezioni europee hanno ridotto in maniera consistente le forze politiche pro-austerità, ma ciò che più conta è che – finalmente! - le conseguenze di queste folli politiche stanno iniziando a toccare anche la Germania in modo abbastanza visibile. Quando queste conseguenze inizieranno a toccare i cittadini tedeschi nel vivo, molto probabilmente inizierà a prendere piede una nuova narrazione. Forse servirà ancora qualche trimestre, ma alla fine i fatti sono più caparbi anche delle narrazioni. Per uscire da una crisi come quella in cui ci siamo cacciati servono politiche monetarie (che ormai sono state attuate e sono in corso di attuazione) e deficit spending. Gli USA sono usciti in questo modo (molti si sono scordati che non è stata solo la FED, ma l'enorme deficit di bilancio fatto dagli USA nel 2008/2009 ad innescare la ripresa che ha portato molti posti di lavoro negli anni successivi) ed è sempre stato così. Anche l'Europa, quando uscirà definitivamente, lo farà solo abbandonando definitivamente il folle dogma dell'austerità.

Tutto questo va nella direzione esattamente opposta alla bufala dell' “imminente prelievo forzoso” sui conti correnti che (siamo assolutamente certi) non avverrà quest'anno e non avverrà mai, a meno che non intervengano fatti totalmente nuovi e ad oggi totalmente imprevedibili.