mercoledì 18 gennaio 2012

La silenziosa scalata di Abu Dhabi nel capitale di Unicredit


da:di: Massimo Restelli (Il Giornale) 
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.
Mentre le Fondazioni italiane ricorrono ad artifici da hedge fund per racimolare qualche soldo e limitare i danni in Unicredit, i sultani di Abu Dhabi ne ipotecano la poltrona di primo azionista pagando in petrodollari.

Il fondo sovrano Aabar ha rastrellato i diritti necessari per salire dal 4,9% al 6,5% di Piazza Cordusio. Controllerà da solo un pacchetto pari alla metà di quello (12,5%) che le Fondazioni italiane, tutte insieme, faticheranno a presevare al termine della ricapitalizzazione da 7,5 miliardi.

Stante i limiti dello statuto Abu Dhabi, come già la Libia, potrà votare «solo» per il 5% e professa una fiducia incondizionata in Piazza Cordusio: «Intendiamo partecipare all’aumento e sostenere la società e il suo management nel futuro», ha detto il presidente di Aabar, Khadem Al Qubaisi, aggiungendo di credere sia «nel valore intrinseco della banca» sia nella sua «rilevanza» in ambito italiano ed europeo. 

Aabar aggiunge che intende essere «uno degli azionisti più significativi» di Unicredit e garantisce il proprio «supporto» all’attuale squadra di vertice. «Siamo stati azionisti di Unicredit dal marzo 2009 e continuiamo - conclude Al Qubaisi - ad essere favorevolmente colpiti dalla posizione del gruppo quale leader italiano ed europeo nel mercato bancario».

L’avanzata ha dato slancio a Unicredit in Borsa (+2,8% a 3,01 euro) mentre i diritti si impennavano del 12,3% a 1,93 euro. La giornata ha poi sancito il ritorno di istituzionali di «qualità» come Capital Research che ha ufficializzato di aver raggiunto il 2,5%, e l’accavallarsi dei report: Deutsche Bank ha fissato un target price di 5,3 euro. 

La silenziosa scalata di Abu Dhabi, cui probabilmente si accoderanno altri Paesi del Golfo come il Qatar, nella principale banca italiana non può che aver tenuto banco al summit dell’ad Federico Ghizzoni e del vice presidente Fabrizio Palenzona con Roberto Napolitano.

Aabar ha comprato a prezzi di saldo: Unicredit passa di mano in Borsa a valori prossimi al 34% dei mezzi propri tangibili contro una media del 55% per le concorrenti europee. Poco, secondo gli analisti, anche considerando che Piazza Cordusio è meno generosa in termini di Roe, complice un costo dell’equity stimato al 12% (contro il 6,5% dei Btp) e il problema della qualità del credito.

Il paradosso è che a spianare la strada agli esteri sono state le Fondazioni italiane. A corto di liquidità e privi di dividendi, alcuni Enti si sono lanciati in arditi arbitraggi sui diritti (a partire da quelli legati al prestito Cashes custodito da Mediobanca) e nell’utilizzo di derivati che hanno finito con l’esacerbare la tempesta che ha flagellato Unicredit nei primi giorni dell’aumento. 

Carimonte non solo si è diluita dal 3,1% al 2,9% ma ha dato in «prestito» un pacchetto pari all’1,6%, lasciando in cassaforte solo il restante 1,3%. È probabile che tale strada sia stata percorsa anche da Cassamarca, CariTorino e da altri enti minori alla ricerca di denaro da reinvestire sull’istituto. 

La fondazione piemontese dovrebbe comunque essere l’unica ad arrotondare la quota (dal 3,3% al 4,2%) grazie ai diritti legati ai Cashes, diventando il primo socio italiano al posto di CariVerona che, invece, ha deciso di scendere dal 4,2% al 3,5%, così come molleranno la presa Fondazione Manodori (dall’0,8% allo 0,4% stimato) e il Banco di Sicilia (0,32%). Inalterate, infine, Cassamarca e CariTrieste.

lunedì 16 gennaio 2012

Manovra “salva Italia”: "La nuova Imposta di Bollo"



Riassunto  Manovra “salva Italia”: "La nuova Imposta di Bollo"

1. Imposta di bollo sui conti correnti
Ø C/C persone fisiche: resta pari a 34,20€ annui, ma viene introdotta una esenzione
in caso di giacenza media nell’anno <= 5.000€;
Ø C/C soggetti diversi (es: persone giuridiche): aumenta da 73,80€ a 100,00€ annui.
Se gli estratti conto sono inviati con periodicità diversa da quella annuale,
l’imposta di bollo dovuta è proporzionale al periodo rendicontato.

2. Imposta di bollo su depositi titoli (D/T) e altri strumenti
finanziari
Ø L’imposta di bollo sui D/T è determinata in base valore di mercato dei titoli in D/T
(è eliminata l’esenzione per patrimoni < 1.000€);
Ø l’applicazione è estesa a tutti i prodotti e strumenti finanziari.

Dal 1° gennaio 2012 l’aliquota applicata sarà pari allo 0,10% annuo con un minimo di
34,20€ e un massimo di 1.200€.
Dal 1° gennaio 2013 l’aliquota 1 l aliquota aumenterà allo 0,15%, con un minimo di 34,20€, ma senza tetto massimo



venerdì 13 gennaio 2012

Successo all'asta BoT, crolla lo spread

fonte Ilsole24ore


L'Italia ha ottenuto ieri 12 miliardi di euro in prestito dal mercato collocando BoT annuali e flessibili rispettivamente al 2,735% e all'1,644%, a un tasso medio del 2,41% e a fronte di una richiesta complessiva per 19 miliardi. Soltanto un mese fa, per raccogliere 7 miliardi vendendo Buoni a 12 mesi, il Tesoro aveva dovuto pagare il 5,95% con un imbarazzante rendimento massimo al 5,994 per cento.
La prima asta di titoli di Stato italiani del 2012, tanto nei numeri della domanda quanto nei tassi di assegnazione, ha così certificato il progressivo ritorno alla normalità sul rischio-Italia, che risulta oramai depurato sulla parte a brevissimo termine della curva dei rendimenti da qualsiasi irrazionale terrore di default imminente.
Il crollo dei rendimenti ha colpito positivamente gli addetti ai lavori per la sua entità, inattesa. Il BoT annuale è calato a picco, al 2,735% dal 5,95% dell'asta di dicembre, più che dimezzato (-3,217%). Il risultato ha sorpreso favorevolmente i traders perchè è andato molto meglio delle previsioni prevalenti che erano comunque già impostate su esiti positivi in virtù dell'abbondante liquidità e del calo tra 200 e 300 centesimi di punto percentuale registrato sul secondario dei BoT nell'ultimo mese, anche rispetto al tasso overnight Eonia e al tasso swap.
Oltre al fattore "LTRO" (lo speciale rifinanziamento accordato alle banche dalla Bce con durata di tre anni all'1%), gli operatori stanno rilevando comunque una schiarita nella valutazione del rischio-Italia. Secondo gli analisti di Unicredit, «l'asta riflette un grande miglioramento del market sentiment» nei confronti dell'Italia, oltre all'enorme liquidità. «L'ottimo risultato delle aste ha spinto verso il basso i rendimenti anche sul mercato secondario», ha commentato Intesa SanPaolo: lo spread tra BTp e Bund ha chiuso sotto la soglia dei 500 punti per la prima volta dallo scorso 22 dicembre, tornando a quota 479,64 punti, dopo aver toccato un minimo nel corso della seduta a 471. Il rendimento dei BTp decennali è calato in chiusura al 6,63% dopo aver aperto poco sotto la soglia del 7 per cento. Il BTp a tre anni, in asta oggi, è sceso temporaneamente sotto il 5%, chiudendo per Reuters al 4,65% per poi risalire in serata attorno al 5%.
Sono stati notati in entrata sui BTp flussi di ordini di acquisto non speculativi. «Potrebbe innescarsi adesso un meccanismo positivo, dove chi va lungo guadagna e chi va corto perde, un circolo virtuoso all'opposto di quanto è accaduto sui titoli di Stato italiani tra il luglio e il settembre del 2011», ha pronosticato Luca Jellinek, capo strategist sui tassi d'interesse europei per Crédit agricole Cib, secondo il quale il mercato potrebbe ora girarsi positivamente per i titoli di Stato italiani, premiando chi prende posizione e si espone sul rischio Italia, attraendo quindi acquisti dagli investitori istituzionali finali, il "real money", e costringendo chi è andato corto a ricoprirsi. Un meccanismo che si autoalimenta con il rialzo dei prezzi e il ribasso dei rendimenti, al contrario di quanto accaduto dalla scorsa estate fino al picco dello spread BTp/Bund toccato a quota 575 in novembre.
L'offerta dei Buoni ieri è andata bene anche sul fronte della domanda. Il BoT a 12 mesi è stato richiesto per 12,523 miliardi, con un rapporto di copertura non strabiliante (1,473 volte) ma buono e genuino tenuto conto dell'importo in offerta superiore a quello in scadenza. I rapporti di copertura sventolati ieri nell'asta spagnola, tra 2,2 volte e 1,7 volte, hanno convinto di meno perchè stando a voci di mercato i Bonos sarebbero stati venduti per 10 miliardi contro i circa 5 attesi integralmente alle banche spagnole, che hanno acquistato a prezzi stracciati rispetto al secondario.
Il BoT flessibile ha messo a sua volta in mostra un bid-to-cover elevato, 1,8 volte (6,485 miliardi richiesti), ma il Tesoro non ha raccolto più di quanto programmato come ha fatto la Spagna: una politica prudente, quella italiana, in vista delle prossime aste. L'anno scorso, in ottobre e settembre, il Tesoro aveva abbinato i BoT flessibili (scadenze non standard e importi di 3 e 2,5 miliardi) ai BoT tradizionali, rispondendo a esigenze specifiche dei tesorieri: ma qualcuno si era lamentato per il peso eccessivo della quantità complessiva in offerta. Non è andata così ieri. Il nuovo BoT flessibile scade il prossimo 31 maggio, mese in cui dovranno essere rimborsati solo BoT a 6 e 12 mesi per un totale di 15,2 miliardi, dopo il capitolo delle maxi-scadenze di BTp, CcT e CTz tra febbraio, marzo e aprile.

giovedì 12 gennaio 2012

La Bce salvi l'euro e l'Italia

fonte :http://www.advisoronline.it


L'euro non può crollare, perché sarebbe "un cataclisma, visto che è una delle valute di riserve del sistema finanziario". Per evitare l'effetto domino, quindi, lBanca centrale europea "deve essere coinvolta maggiormente" per impedire il collasso della divisa comune, ha spiegato David Riley, responsabile globale del rating sovrano dell'agenzia di rating Fitch parlando a Francoforte, come riporta il sito del Wall Street Journal.


Per Riley, la Bce dovrebbe potenziare i propri acquisti di debito sovrano, dal momento che "ha un ampio margine per estendere il suo bilancio, senza scatenare l'inflazione nella zona euro". Un intervento d'urgenza che, per il responsabile di Fitch, sarebbe indispensabile per il nostro paese, dal momento che è difficile pensare che l'euro possa sopravvivere, se l'Italia non ce la farà. Fitch questa settimana ha minacciato il taglio del rating al nostro paese

Boom domanda in aste Spagna e Italia

Fonte: wallstreetitalia.it

Roma - Esito molto positivo per le aste spagnole e italiane di debito a breve, sia dal punto di vista della domanda che dei rendimenti da pagare. 

A Madrid sono stati collocati 10 miliardi di euro di bond contro le previsioni per 4-5 miliardi sulle due scadenze 2015 e 2016. I rendimenti sono calati di molto, confermando le attese che prevedevano un esito positivo, viste anche le scadenze in tempi ristretti.

Il rapporto bid to cover dei titoli con consegna aprile 2016, utilizzato per misurare il livello della domanda per il debito emesso, e' stato pari a 2,21. Per i bond 2015 il risultato e' stato di 1,80. Su quest'ultima scadenza i rendimenti hanno toccato il 3,384% contro il 5,187% dell'asta precedente di dicembre.

Da parte sua l'Italia ha offerto 12 miliardi complessivi di Bot a un anno a un tasso di interesse dimezzato rispetto all'emissione precedente: al 2,735% contro il 5,925% registrato a dicembre.

Sul fronte secondario, il rendimento sul due anni iberico e' sceso sotto il 3% per la prima volta da aprile 2011, con l'interesse extra che gli investitori chiedono per detenere i bond italiani a 10 anni al posto degli omologhi tedeschi che si sta restringendo di 28 punti base in area 489 punti base. Gia' calava di 22 punti base prima dell'esito dell'emissione, attestandosi a 495 punti base. Il decennale italiano rende il 6,65%, in calo di 35 punti base.

Intanto l'euro si sta rafforzando a quota $1,2750 sul dollaro e di +0,3% rispetto alla sterlina britannica. Ben intonato anche l'azionario europeo, con Milano che guadagna oltre un punto percentuale. La Borsa di Milano guadagna il 2,45% nel post asta, mentre l'azionario di Madrid fa registrare un +1,04%.

Vista la tipologia a breve dei collocamenti, gli operatori prevedevano risultati sostanzialmente positivi, alla luce anche dell'abbondante liquidità aggiuntiva immessa nel sistema dalla Bce con il finanziamento triennale di dicembre. 

Nonostante il buon risultato delle aste, e' ancora traballante la fiducia sulle capacità di finanziamento di lungo termine dei due Piigs. "La sensazione è che ci siano le condizioni per un risultato discreto delle aste", ha spiegato a Reuters Italia un trader, prima della pubblicazione dei risultati. "Siamo interessati a come vanno le aste anche se non credo che saranno l'elemento definitivo dell'umore di mercato oggi, il rischio di un evento creditizio in Grecia è probabilmente più importante".

Secondo fonti bancarie procede infatti in maniera non incoraggiante la trattativa tra Atene e le banche creditrici sulla svalutazione dei bond greci detenuti da queste ultime, con la prospettiva sempre più concreta per i governi della zona euro di dover incrementare il proprio contributo al secondo piano di salvataggio del paese .

sabato 3 dicembre 2011

Con il crac dell'euro stipendi dimezzati e fallimenti a catena

da: http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/432843/

DOSSIER- I RISCHI DELL'USCITA DALLA MONETA UNICA


La nuova lira crollerebbe, inflazione e tassi alle stelle
Le svalutazioni dei nostri beni arriverebbero al 60%

TONIA MASTROBUONI
Avete un mutuo, una macchina, un frigo o un prestito da ripagare? Avete uno stipendio medio, insomma non proprio da nababbi? Siete abituati a viaggiare da un Paese all’altro senza contare i soldi nel portafoglio? Siete abituati a lamentarvi se il latte o il pane aumentano di qualche centesimo? Se a una o più domande avrete risposto di sì, dovrete fare il tifo perché l’Italia non esca mai dall’euro. I buontemponi che in queste settimane si divertono a caldeggiare un ritorno alla lira non spiegano mai gli scenari concreti di un’uscita dalla moneta unica per le vostre tasche. E per l’Italia. Eccoli.

Fallimento dei debiti
Premessa: non esiste una clausola di uscita dall’euro scritta nei Trattati europei. Si può solo uscire dall’Unione europea. Ma poniamo il caso che l’Italia riesca davvero a fare una «secessione» dall’Eurozona. Il primo dilemma sarebbe decidere se convertire o meno tutti i debiti attualmente denominati in euro, compreso quello pubblico da oltre 1.900 miliardi, nella nuova moneta. Schiere di avvocati delle banche o delle finanziarie che detengono titoli di Stato e crediti con l’Italia sarebbero coi fucili puntati, pronti a mettere in dubbio qualsiasi ipotesi di cambio. Meglio, allora, lasciarli in euro?

Anzitutto la lira crollerebbe 
A quel punto si aprirebbe un altro scenario terrificante: la lira subirebbe sicuramente una svalutazione molto pesante rispetto all’euro. Un rapporto della banca d’affari Ubs che si esercita proprio sull’ipotesi di uscita dall’Eurozona di un Paese come l’Italia, ritiene probabile, in questo caso, un crollo della lira del 60 per cento. Vuol dire che gli stipendi e le pensioni varrebbero improvvisamenteil 60 per cento in meno. A fine mese, per pagare la solita rata del muto o del frigo bisognerebbe mettere cioè molti più soldi. Facile immaginare che per milioni di persone che hanno pochi margini di risparmio significherebbe perdere case, frigo, automobili o finire pignorati dalle banche. Lo Stato, infine, sarebbe costretto a dichiarare fallimento su un debito più che raddoppiato da un giorno all’altro. In altre parole, come ricordano molti italiani rimasti «bruciati» dai tango bond argentini, non ripagherebbe una parte del debito. Infine, per evitare tracolli e oscillazioni troppo violente della moneta, è probabile anche che si arrivi a un blocco dei capitali. Vuol dire, ad esempio, che per andare all’estero si avranno i soldi contati.

Inflazione e interessi alle stelle 
Il fallimento del debito pubblico farebbe schizzare gli interessi alle stelle facendoci velocemente dimenticare questi 13 anni di moneta unica con tassi ai minimi. Per riconquistare la fiducia dei mercati l’onere sui prestiti di ogni tipo balzerebbe, nello scenario Ubs meno pessimista, di ben 7 punti rispetto al livello attuale. Le banche rischierebbero così di paralizzarsi o addirittura di fallire - anche a causa del «bank running», delle corse a ritirare i soldi dai conti e dai depositi che è uno scenario tipico, in questi casi. Allora, chiosa la banca d’affari svizzera, si potrebbe arrivare al totale congelamento del credito. Anche l’inflazione schizzerebbe a livelli inauditi, nel caso di uscita dell’euro e sarebbe aggravata dalla particolare struttura della nostra bilancia commerciale, cioè della differenza che c’è tra entrate e uscite. Siccome in Italia siamo costretti a importare molto e per di più beni insostituibili come l’energia, i prezzi si infiammerebbero ancora di più. Un altro elemento che si mangerebbe pensioni e salari.

L’apnea delle banche 
Un dilemma simile a quello per il debito si aprirebbe per i conti o i depositi in euro: convertirli o no? Prima che si arrivi a sciogliere questo dilemma è molto probabile che gli istituti di credito vengano presi d’assalto facendo collassare il sistema. Ma in ogni caso anche qui la mannaia sarebbe comunque la pesante svalutazione rispetto all’euro. Complessivamente, una scelta così drastica come quella di abbandonare l’euro costerebbe a ogni cittadino italiano, secondo Ubs, inizialmente tra 9.500-11.500 euro all’anno. Passata l’emergenza, il costo rimarrebbe comunque alto, tra 3-4000 euro all’anno.

venerdì 2 dicembre 2011

Azionario Europa: rialzo settimanale record in tre anni

Milano - Le parole della cancelliera tedesca Angela Merkel galvanizzano i mercati e riducono ulteriormente la tensione sui titoli di stato europei, tanto che lo spread tra Italia e Germania a dieci anni testa il minimo in un mese, attestandosi a quota 426 punti. Prosegue anche il ribasso dei rendimenti decennali, che scendono al 6,4%. In calo anche lo spread Spagna-Germania, a 333 punti, mentre quello Francia-Germania, ieri crollato dopo l'asta positiva fino a -22%, risale e riagguanta quota 100 punti, (+9%, a 101 punti).

In forte rialzo i listini europei: Piazza Affari assiste a un balzo del 2,43% del Ftse Mib, che supera alle 12.30 ora italiana quota 15.600 punti. In un listino quasi tutto tinto di verde, si mettono in evidenza i balzi di Unicredit +3,18%, Intesa SanPaolo +4,59%, MPS +4,86%, Banco Popolare +3,12%. Forti acquisti ancora su Fondiaria-Sai, che balza più dell'11, come ieri. Buy anche su Mediolanum +3,61%, Fiat +4,56%, Tenaris +3,74%. 

Bene anche le altre piazze finanziarie europee: Londra +1,45%, Francoforte +1,61%, Parigi +1,70%, Madrid +1,70%. Il listino del paese iberico è tra i migliori nonostante la pubblicazione del rapporto sulla disoccupazione, che nel terzo trimestre è balzata al 21,52%, al record degli ultimi 15 anni..

Il discorso della Merkel è stato a toni chiaro-scuri: la cancelliera ha affermato che potrebbero volerci anni per risolvere la crisi dei debiti sovrani in Europa, ma ha anche rassicurato sul fatto che l'Europa è sul punto di realizzare l'unione fiscale. Certo, la leader tedesca ha ribadito i suoi no all'eurobond e all'ampliamento dei poteri della Bce, ma ora i mercati scommettono sull'arrivo di misure concrete in occasione del prossimo meeting del Consiglio europeo, in calendario la prossima settimana. 

Tra i market mover della giornata il rapporto sull'occupazione Usa, che sarà reso noto alle 14.30 ora italiana. 

Intanto l'azionario europeo si appresta a concludere la settimana all'insegna degli acquisti. L'indice Stoxx Europe 600 ha segnato infatti il rally più sostenuto dal novembre del 2008, su base settimanale. Negli ultimi cinque giorni di contrattazione, lo Stoxx 600 è salito del 9,1%, sulla scia dell'azione coordinata annunciata dalle banche centrali europei e anche per la decisione della Cina di ridurre il coefficiente di riserva obbligatoria per le banche.